Racconti Brevi: Il Treno, una Donna, la Vita - Davide Restano | La Terra di Azania

La Terra di Azania

Immagini e Parole

Il Treno, una Donna, la Vita

| 0 comments

Fuori dal finestrino gli alberi, i campi, e le case scorrevano a ritroso quasi scansandosi. Era proprio veloce, un missile della modernità quel convoglio che procedeva prepotente mentre Paolo si stancava di fare il bigliettaio, di incontrare facce sempre nuove e chieder loro ogni volta la stessa cosa: “Biglietti prego”. All’inizio queste parole lo facevano sentire un dio fiero e potente, al quale ogni anima pia doveva sacrificare per acquisire il privilegio di stazionare nel suo tempio errante. Gli innumerevoli viaggi però lo avevano fiaccato nell’orgoglio e adesso egli sentiva addosso tutto il peso della sua carriera e forse dei suoi anni. Lui di gente ne aveva vista salire, e anche scendere, ad un ritmo decisamente regolare, naturale, come soleva dire agli amici, quasi che il treno fosse un mondo a sé in cui si entra e da cui ci si congeda allo stesso modo in cui ci si congeda dalla vita. E come la vita il treno correva, correva con Paolo in grembo, e fuori l’assoluto, fermo, immobile, si faceva fendere dagli eterni binari, che dove portavano, da una parte e dall’altra, nemmeno lo sapeva, dovendo lui coprire per lavoro solo una parte del tragitto che separava la località di partenza da quella di arrivo. Suo padre non era stato un ferrotranviere e il treno lo aveva vissuto dall’esterno, ma non come qualunque persona che non faccia parte del personale di servizio; lui pastore, aveva potuto seguire il serpentone metallico dall’alto dei monti, vedergli tenere un passo cieco tale e quale a quello della vita, ammirare le curve dei binari che gli ricordavano quelle di una donna. Forse per questo si fermava ogni volta a guardarlo, il treno, col fiato mozzato da un’emozione simile a quella che si prova davanti ad una bella femmina, o davanti al miracolo di un’anima che viene al mondo. Diceva sempre al suo figliolo “C’è qualcosa che accomuna i treni, le donne, la vita e lo sai cos’è? Nessuno dei tre è padrone della forza che li spinge verso la loro meta. La donna ama e il perché non lo sa, la vita muore e il perché non si sa, il treno corre e il perché lo sanno gli uomini”.
Strano veicolo quello su cui viaggiava Paolo, e su cui ogni giorno, egli riproduceva scrupolosamente il copione dei suoi quotidiani doveri; dava multe, informazioni, segnali di partenza; tutto regolare, uguale ogni giorno. Quasi naturale, come ripeteva agli amici.
Un pomeriggio, uno dei tanti che scorrevano assieme ai vagoni, una figura femminile si accostò al controllore:
“Scusi, questo treno è diretto a Santiago?”
“E’ una delle fermate”.
La donna lentamente si incamminò lungo il corridoio su cui si affacciavano le cuccette. Era bellissima. O per lo meno così era sembrata a Paolo dopo il primo sguardo, bella di una bellezza stanca però, misteriosa e sofferta. Aveva più o meno quarant’anni ed indossava un grande cappello rosso piumato, probabilmente motivato da una passione per la moda del diciannovesimo secolo, che le conferiva un’aria aristocratica e che faceva risaltare i bei capelli biondi, i quali densi, rotolavano lungo le esili spalle. Quel viso chiaro illuminato da due occhi blu, voltandosi, riprese a domandare:
“Quanto manca a Santiago? Non ci impiegheremo una vita vero?”
“Questo non so dirglielo signora, anche perché quando si parte per un viaggio la sua durata dipende soprattutto da noi” Rispose il bigliettaio per poi riprendere “Io passo gran parte della giornata su queste carrozze da più di quindici anni, eppure a me sembra di esserci salito ieri, quando invece qualunque tra i passeggeri che vede attorno a lei bestemmiano per un ritardo di soli dieci minuti”.
La donna adagiatasi nello scompartimento aprì un libro. Bel modo di passare il tempo pensò Paolo.
Ripreso il lavoro, mentre con aria distrattamente professionale, fissava i volti di coloro a cui forava il biglietto, non smetteva di pensare alla triste dama dal cappello rosso piumato; “Chissà come si chiama, da dove viene, ah! Questo lo so! ” Diceva tra sé e sé “Viene dalla vita, dalla vita là fuori, quella che non corre”.
Sul treno come nella realtà le persone si incontrano e si perdono, magari per sempre, rifletté Paolo, ma quella signora aveva l’aria di essersi sottratta a tale commedia fatta di abbracci ed addii già da anni, stranamente, dal momento che il suo aspetto tradiva un’età che lasciava tempo ad altre salite e ad altre discese.
Gli occhi dei controllori si sa sono addestrati a scandagliare gli scompartimenti al fine di trovare, in uno di essi, il più solitario dei viaggiatori e chiedergli di esibire il piccolo documento che giustifichi la sua presenza sulla vettura. Paolo avvicinatosi all’ennesimo sportello spinse con forza da sinistra a destra per comparire dinanzi a chi stava seduto sulle poltroncine in tutta la sua autorità, quando si accorse di avere di fronte la donna dal cappello rosso piumato, questa volta con gli occhi blu illuminati da una lacrima che disegnava il suo inesorabile percorso sullo scarno viso della passeggera. Dopo averle chiesto di esibire il biglietto, non riuscì a trattenere le parole che gli uscirono di bocca come fossero scintille di curiosità:
“Signora si sente bene?”
“Sì grazie..sono solo gli alberi”
“Gli alberi le fanno venir da piangere signora?”
“Come tutte le cose che si stanno per lasciare” Rispose la donna con una flebile voce mentre posava nuovamente il suo sguardo fuori dal finestrino.
Lui non lo aveva mai fatto, non aveva mai dato confidenza a chi veniva da fuori, dal mondo delle cose ferme. Tutti i passeggeri li affrontava per due secondi o poco più, giusto il tempo che si impiega a prelevare il biglietto dalla tasca e a forarlo. Poi un “Grazie Arrivederci” che significava un “Addio”. Ma di fronte a quella creatura, davanti a quella bellezza pallida, un po’ consumata, non si trattenne:
“Ne vedrà molti anche a Santiago non si preoccupi”
“Vado a Santiago proprio per non vederne più. Piango perché mesi fa mi è stata diagnosticata una grave malattia e i dottori hanno detto che non mi resta molto da vivere, così ho scelto di passare gli ultimi giorni vicino al santuario della città. L’ambiente in cui sono cresciuta mi ha insegnato ad essere molto religiosa quando la fine si avvicina. Sa noi borghesi siamo fatti così, da giovani andiamo laddove ci guida il nostro ego, alla ricerca della popolarità, della fama, del successo e,lungo il cammino, non ci esimiamo dal fermarci davanti ad una macchina fotografica per farci immortalare mezze svestite anche solo per mantenerci gli studi, e ci ricordiamo dei templi e delle chiese solo quando il viaggio volge al termine. Ho dunque affittato una camera in un albergo del centro, e starò lì ad aspettare, proprio come faccio adesso”.
Paolo fu colto di sorpresa. Non si aspettava tali rivelazioni dalla donna che nonostante l’aspetto affaticato appariva piuttosto giovane.
“Aspetterà sola?…voglio dire non ha figli, un marito?”
“Non ho figli. Quanto a mio marito la mia vita e la sua si sono separate ormai da anni, come capita ai passeggeri di questo treno. Le loro strade si incrociano, coincidono per un breve periodo di tempo, e poi ognuno scende alla propria fermata”
“Già, è così per tutti, tranne che per me. Io mi allontano da sto trabiccolo ferroso solo per coricarmi nel letto di casa e poi eccomi di nuovo qui, a vedere la vita degli altri che si muove” Rispose Paolo con amarezza, poi riprese “Come un antico sacerdote che si ritira dalle cose del mondo, me ne sto tutta la vita nel tempio a svolgere le funzioni del mio officio”.
La donna non rispose e il suo interlocutore ritenne di aver detto troppo; d’altronde la signora era diretta verso la sua ultima fermata e probabilmente ciò di cui aveva meno bisogno era sentire un bigliettaio immalinconito lamentarsi della propria vita. Lui almeno una vita la vede, là davanti a se, lungo i binari, doveva aver pensato, secondo Paolo, quella donna.
Egli non sapeva se provare compassione, sciogliere dalle briglie il sentimento di pietà che quella sventurata aveva suscitato in lui oppure, se rimettersi addosso i freddi panni del funzionario delle ferrovie di stato. Scelse quest’ultima opzione. Rivolse un fioco saluto alla passeggera e uscì dallo scompartimento per dirigersi verso la fine del vagone, davanti alla porta scorrevole che apre alla vettura successiva. Voleva vederla un’ultima volta quella signora, voleva vederla scendere i gradini che dal treno l’avrebbero condotta alla banchina della stazione e magari salutarla, perché chiunque, pensò, deve essere salutato prima che giunga alla sua ultima fermata, chiunque.
La vide mesta tuttavia dignitosa avviarsi verso la fine del suo viaggio. Dalla parte opposta del vagone si aprì il portello ed ella scese. Paolo corse lungo tutta la vettura e appena poté tiro giù il finestrino:
“Signora!” Urlò a squarciagola
“Signora mi dica il suo nome, la prego”
“Silvia” Rispose la donna.
“Allora addio Silvia, faccia buon viaggio”
Lei accennò un sorriso e si allontanò.
Il treno, inesorabile, indifferente, come la vita, ripartì e Paolo, meccanicamente, riprese a lavorare.
Scorrevano le facce di tutti i passeggeri mentre chiedeva loro di esibire il biglietto. Molti di questi sarebbero saliti e scesi tante volte ancora, pensò. Per loro l’ultima fermata era ancora lontana, e dopo averli guardati uno ad uno con insolita attenzione, si bloccò davanti ad uno dei portelli d’uscita. Accesa una sigaretta, guardò scappare via le cose ferme del mondo, che il treno, come la vita, lascia dietro di sé, e sospirando, si domandò quale sarebbe stata la sua ultima fermata. Dopodiché riprese il giro dei controlli.

Lascia un Commento

Required fields are marked *.

*


Switch to our mobile site