Scivola l’acqua sulla spiaggia. Semplice, calda, addormentata. Di tanto in tanto è svegliata da qualche bagnante che taglia la sua tranquillità. Ma il mare quasi non se ne accorge. O meglio se ne accorge, ma si gira dall’altra parte, e brontolando sottovoce fa finta di niente. Tanto lo sa che presto gli invasori se ne andranno. E poi ci sono tanti pesciolini che lo riportano alla serenità. Di quelli che, saltellando di qua e di là, lo abbracciano. E poi ci sono quelli che preferiscono rimanere nel fondo. Tra le vene dell’abisso. In silenzio, nell’oscurità, fanno compagnia al mare. Gli parlano in silenzio. Giocano insieme, nell’oscurità, i pesci e il mare, un po’ si nascondono e un po’ si guardano.
Ieri invece non era così. Le nuvole hanno portato un mare agitato ed esasperato. Con i suoi tentacoli è salito fino alle scale della casa, formando dei canali e delle isole lungo la strada, i marciapiedi, i giardini. Ieri mattina mi sono svegliata e ho scoperto una spiaggia resa deserta dal lavoro del mare e dagli sforzi dell’uomo.
Acqua grigia che vomitava onde bianche. Sono uscita da casa, e mi sono fermata in una di quelle isole. Appoggiata a un paletto, in bilico tra l’acqua e la terra ferma, ho guardato il mare.
Perché mi sento come questo mare? Perché io non posso scaraventare tutta la mia rabbia addosso al mondo, come quell’acqua che se potesse sovrasterebbe tutta la superficie di questa terra? Perché l’unica possibilità che mi rimane è sognare di trasformarmi in una goccia di quell’acqua e perdermi tra le onde?
Un’onda, poi un’altra, poi un’altra ancora, fino a quando l’acqua non mi ha portato la voce di Ucayali, il suo viso, i suoi occhi, i suoi lunghi capelli che suonavano con il vento e facevano invidia alla sabbia per quanto erano dorati.
Ucayali si avvicina e mi abbraccia. Io le sento le sue mani sui miei fianchi che mi fanno piangere e implorare una sua carezza. Lui, che non è mai stato avido d’affetto, prima ancora che io terminassi la supplica, mi sfiora la testa con le sue mani e iniza a parlare.
“Sto nella mia camera, in piedi e la guardo. Proprio non riesco a capire perché m’incuriosisce. Indubbiamente era una bella foto. Lui è seduto. Un braccio è appoggiato al tavolo, con la mano che cade nel vuoto. L’altra mano invece è appoggiata al ginocchio. Allora penso che è la sua mano destra ad attirarmi, così armoniosa e abbandonata nel nulla. Poi guardo i suoi occhi, e capisco che sono loro ad avermi, per tanti mesi, provocato disagio. Cosa sta guardando, o chi? Avrei dovuto rivedere il film, dal quale la foto è stata tratta, la febbre dell’oro, ma tanto so che sarebbe stato inutile. I suoi occhi non stanno fissando un oggetto o una persona. È immobile, ma la sua immobilità non è stata provocata dalla foto. La macchina fotografia ha ritratto un momento, che era già un non momento. È un fotogramma di tanti altri che lo hanno preceduto, e che lo seguiranno, tutti uguali. Per quanti minuti sarei rimasto così immobile? È tutto inspiegabilmente fermo. Davanti e dietro a lui sembra regnare il nulla. Se davanti non ha niente, cosa sta guardando? Allora cerco di guardare meglio, mi avvicino, stacco il quadro dalla parete e fisso quegli occhi. Solo in questo momento mi accorgo che non sta guardando in avanti, verso altre persone, cose o verso il suo futuro.
Non sta pensando a quello che dovrà fare, dire, mangiare, non più.
Sta guardando verso il suo passato. I suoi occhi, la sua mente, le sue mani, il suo sangue, sono proiettati verso il passato. Quel passato che non lo ha fatto mangiare, che gli ha fatto patire il freddo e la solitudine…
Quello sguardo non sta trasmettendo la paura per le sofferenze che l’omino dovrà patire, non sta trasmettendo l’angoscia per l’apparente impassibilità. Quella fotografia riprende un momento di pausa. Sì, un momento di pausa tra il passato e quello che ci sarà dopo. Ma non è già presente, e non è il futuro.
Come si chiama quell’istante che non è né futuro, né passato, né presente?
È solo un attimo. È un’attesa, un lasciarsi trasportare da quello che ancora deve accadere. È un andare incontro a quello per cui siamo nati e cresciuti. È l’inconsapevolezza delle nostre possibilità e la certezza che tutto sta per cambiare. È l’irresolutezza del futuro che spaventa e tenta di reprime ogni nostro tentativo di guardare al domani, ma è anche il nostro percorso che sta emergendo dal passato. Ma è anche un gesto incompreso, un volto dimenticato, una lacrima che si asciuga dopo anni.
È tutto il nostro passato che torna, ma solo per essere dimenticato.
Finalmente.
Sicuramente l’omino era riuscito a capire quello che io solo allora percepivo, con il timore che non riuscissi a teorizzare tutto questo, mi sono seduto anch’io e ho lasciato che il passato si ripresentasse alla mia memoria.
È sorprendente come sia stato semplice rendermi conto di quello che era accaduto. Stavo unicamente aspettando il mio futuro, dopo mesi di sofferenze e incertezze avevo capito che potevo aprire di nuovo un altro periodo della mia vita, o un’altra vita.
Tutto quello che desideravo, ora era fattibile. Non c’era più il peso dei miei errori, che io avevo scambiato per paura del domani, a trattenermi. Ma c’era un’altra essenza più importante che io avevo compreso. In quel momento sentivo che qualcosa stava cambiando, che io sarei cambiato. Sentivo che la mia esistenza era scossa da un avvenimento che probabilmente la vita aveva fermentato molto prima. Lo capivo. E così sono rimasto ad aspettare, perché in quel momento aspettare era l’unica cosa che si poteva fare. Non ho aspettato molto perché il giorno dopo ti ho incontrata Solo allora sono riuscito a giustificare molti avvenimenti prima incompresi.
Una delle avventure più belle che ci può capitare è riconoscere quando non possiamo far altro che aspettare il nostro futuro.
Non è difficile guardare al futuro, quando si capise che a spaventarci non è l’incertezza dell’ignoto ma la certezza di quello che è già accaduto.”
Ucayali mi sorride, sa che ormai le sue parole non mi stupiscono più, così non avendo alcun motivo per rimanere, mi saluta e si allontana.
Non piove più. L’acqua si sta ritirando e presto tornerà a essere imprigionata in se stessa.
Anch’io mi ritiro dalla spiaggia, e ritorno imprigionata nel mio passato. Solo per poco. Sì, non sarà per molto ancora. Sorrido ricordando il film di Chaplin. L’omino alla fine trova il suo destino, trova l’oro, conosce Giorgia…
Ci sarà un giorno in cui io potrò solo attendere il futuro. Spero solo di riconoscerlo, nel frattempo ho la possibilità di ricominciare tutto da capo, tutte le volte che sarà necessario.
Scivola l’acqua sulla spiaggia
7 luglio 2011 | 0 comments