La Terra di Azania

La Terra di Azania

Immagini e Parole

24 luglio 2011
by Davide Restano
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Il Treno, una Donna, la Vita

Fuori dal finestrino gli alberi, i campi, e le case scorrevano a ritroso quasi scansandosi. Era proprio veloce, un missile della modernità quel convoglio che procedeva prepotente mentre Paolo si stancava di fare il bigliettaio, di incontrare facce sempre nuove e chieder loro ogni volta la stessa cosa: “Biglietti prego”. All’inizio queste parole lo facevano sentire un dio fiero e potente, al quale ogni anima pia doveva sacrificare per acquisire il privilegio di stazionare nel suo tempio errante. Gli innumerevoli viaggi però lo avevano fiaccato nell’orgoglio e adesso egli sentiva addosso tutto il peso della sua carriera e forse dei suoi anni. Lui di gente ne aveva vista salire, e anche scendere, ad un ritmo decisamente regolare, naturale, come soleva dire agli amici, quasi che il treno fosse un mondo a sé in cui si entra e da cui ci si congeda allo stesso modo in cui ci si congeda dalla vita. E come la vita il treno correva, correva con Paolo in grembo, e fuori l’assoluto, fermo, immobile, si faceva fendere dagli eterni binari, che dove portavano, da una parte e dall’altra, nemmeno lo sapeva, dovendo lui coprire per lavoro solo una parte del tragitto che separava la località di partenza da quella di arrivo. Suo padre non era stato un ferrotranviere e il treno lo aveva vissuto dall’esterno, ma non come qualunque persona che non faccia parte del personale di servizio; lui pastore, aveva potuto seguire il serpentone metallico dall’alto dei monti, vedergli tenere un passo cieco tale e quale a quello della vita, ammirare le curve dei binari che gli ricordavano quelle di una donna. Forse per questo si fermava ogni volta a guardarlo, il treno, col fiato mozzato da un’emozione simile a quella che si prova davanti ad una bella femmina, o davanti al miracolo di un’anima che viene al mondo. Diceva sempre al suo figliolo “C’è qualcosa che accomuna i treni, le donne, la vita e lo sai cos’è? Nessuno dei tre è padrone della forza che li spinge verso la loro meta. La donna ama e il perché non lo sa, la vita muore e il perché non si sa, il treno corre e il perché lo sanno gli uomini”.
Strano veicolo quello su cui viaggiava Paolo, e su cui ogni giorno, egli riproduceva scrupolosamente il copione dei suoi quotidiani doveri; dava multe, informazioni, segnali di partenza; tutto regolare, uguale ogni giorno. Quasi naturale, come ripeteva agli amici.
Un pomeriggio, uno dei tanti che scorrevano assieme ai vagoni, una figura femminile si accostò al controllore:
“Scusi, questo treno è diretto a Santiago?”
“E’ una delle fermate”.
La donna lentamente si incamminò lungo il corridoio su cui si affacciavano le cuccette. Era bellissima. O per lo meno così era sembrata a Paolo dopo il primo sguardo, bella di una bellezza stanca però, misteriosa e sofferta. Aveva più o meno quarant’anni ed indossava un grande cappello rosso piumato, probabilmente motivato da una passione per la moda del diciannovesimo secolo, che le conferiva un’aria aristocratica e che faceva risaltare i bei capelli biondi, i quali densi, rotolavano lungo le esili spalle. Quel viso chiaro illuminato da due occhi blu, voltandosi, riprese a domandare:
“Quanto manca a Santiago? Non ci impiegheremo una vita vero?”
“Questo non so dirglielo signora, anche perché quando si parte per un viaggio la sua durata dipende soprattutto da noi” Rispose il bigliettaio per poi riprendere “Io passo gran parte della giornata su queste carrozze da più di quindici anni, eppure a me sembra di esserci salito ieri, quando invece qualunque tra i passeggeri che vede attorno a lei bestemmiano per un ritardo di soli dieci minuti”.
La donna adagiatasi nello scompartimento aprì un libro. Bel modo di passare il tempo pensò Paolo.
Ripreso il lavoro, mentre con aria distrattamente professionale, fissava i volti di coloro a cui forava il biglietto, non smetteva di pensare alla triste dama dal cappello rosso piumato; “Chissà come si chiama, da dove viene, ah! Questo lo so! ” Diceva tra sé e sé “Viene dalla vita, dalla vita là fuori, quella che non corre”.
Sul treno come nella realtà le persone si incontrano e si perdono, magari per sempre, rifletté Paolo, ma quella signora aveva l’aria di essersi sottratta a tale commedia fatta di abbracci ed addii già da anni, stranamente, dal momento che il suo aspetto tradiva un’età che lasciava tempo ad altre salite e ad altre discese.
Gli occhi dei controllori si sa sono addestrati a scandagliare gli scompartimenti al fine di trovare, in uno di essi, il più solitario dei viaggiatori e chiedergli di esibire il piccolo documento che giustifichi la sua presenza sulla vettura. Paolo avvicinatosi all’ennesimo sportello spinse con forza da sinistra a destra per comparire dinanzi a chi stava seduto sulle poltroncine in tutta la sua autorità, quando si accorse di avere di fronte la donna dal cappello rosso piumato, questa volta con gli occhi blu illuminati da una lacrima che disegnava il suo inesorabile percorso sullo scarno viso della passeggera. Dopo averle chiesto di esibire il biglietto, non riuscì a trattenere le parole che gli uscirono di bocca come fossero scintille di curiosità:
“Signora si sente bene?”
“Sì grazie..sono solo gli alberi”
“Gli alberi le fanno venir da piangere signora?”
“Come tutte le cose che si stanno per lasciare” Rispose la donna con una flebile voce mentre posava nuovamente il suo sguardo fuori dal finestrino.
Lui non lo aveva mai fatto, non aveva mai dato confidenza a chi veniva da fuori, dal mondo delle cose ferme. Tutti i passeggeri li affrontava per due secondi o poco più, giusto il tempo che si impiega a prelevare il biglietto dalla tasca e a forarlo. Poi un “Grazie Arrivederci” che significava un “Addio”. Ma di fronte a quella creatura, davanti a quella bellezza pallida, un po’ consumata, non si trattenne:
“Ne vedrà molti anche a Santiago non si preoccupi”
“Vado a Santiago proprio per non vederne più. Piango perché mesi fa mi è stata diagnosticata una grave malattia e i dottori hanno detto che non mi resta molto da vivere, così ho scelto di passare gli ultimi giorni vicino al santuario della città. L’ambiente in cui sono cresciuta mi ha insegnato ad essere molto religiosa quando la fine si avvicina. Sa noi borghesi siamo fatti così, da giovani andiamo laddove ci guida il nostro ego, alla ricerca della popolarità, della fama, del successo e,lungo il cammino, non ci esimiamo dal fermarci davanti ad una macchina fotografica per farci immortalare mezze svestite anche solo per mantenerci gli studi, e ci ricordiamo dei templi e delle chiese solo quando il viaggio volge al termine. Ho dunque affittato una camera in un albergo del centro, e starò lì ad aspettare, proprio come faccio adesso”.
Paolo fu colto di sorpresa. Non si aspettava tali rivelazioni dalla donna che nonostante l’aspetto affaticato appariva piuttosto giovane.
“Aspetterà sola?…voglio dire non ha figli, un marito?”
“Non ho figli. Quanto a mio marito la mia vita e la sua si sono separate ormai da anni, come capita ai passeggeri di questo treno. Le loro strade si incrociano, coincidono per un breve periodo di tempo, e poi ognuno scende alla propria fermata”
“Già, è così per tutti, tranne che per me. Io mi allontano da sto trabiccolo ferroso solo per coricarmi nel letto di casa e poi eccomi di nuovo qui, a vedere la vita degli altri che si muove” Rispose Paolo con amarezza, poi riprese “Come un antico sacerdote che si ritira dalle cose del mondo, me ne sto tutta la vita nel tempio a svolgere le funzioni del mio officio”.
La donna non rispose e il suo interlocutore ritenne di aver detto troppo; d’altronde la signora era diretta verso la sua ultima fermata e probabilmente ciò di cui aveva meno bisogno era sentire un bigliettaio immalinconito lamentarsi della propria vita. Lui almeno una vita la vede, là davanti a se, lungo i binari, doveva aver pensato, secondo Paolo, quella donna.
Egli non sapeva se provare compassione, sciogliere dalle briglie il sentimento di pietà che quella sventurata aveva suscitato in lui oppure, se rimettersi addosso i freddi panni del funzionario delle ferrovie di stato. Scelse quest’ultima opzione. Rivolse un fioco saluto alla passeggera e uscì dallo scompartimento per dirigersi verso la fine del vagone, davanti alla porta scorrevole che apre alla vettura successiva. Voleva vederla un’ultima volta quella signora, voleva vederla scendere i gradini che dal treno l’avrebbero condotta alla banchina della stazione e magari salutarla, perché chiunque, pensò, deve essere salutato prima che giunga alla sua ultima fermata, chiunque.
La vide mesta tuttavia dignitosa avviarsi verso la fine del suo viaggio. Dalla parte opposta del vagone si aprì il portello ed ella scese. Paolo corse lungo tutta la vettura e appena poté tiro giù il finestrino:
“Signora!” Urlò a squarciagola
“Signora mi dica il suo nome, la prego”
“Silvia” Rispose la donna.
“Allora addio Silvia, faccia buon viaggio”
Lei accennò un sorriso e si allontanò.
Il treno, inesorabile, indifferente, come la vita, ripartì e Paolo, meccanicamente, riprese a lavorare.
Scorrevano le facce di tutti i passeggeri mentre chiedeva loro di esibire il biglietto. Molti di questi sarebbero saliti e scesi tante volte ancora, pensò. Per loro l’ultima fermata era ancora lontana, e dopo averli guardati uno ad uno con insolita attenzione, si bloccò davanti ad uno dei portelli d’uscita. Accesa una sigaretta, guardò scappare via le cose ferme del mondo, che il treno, come la vita, lascia dietro di sé, e sospirando, si domandò quale sarebbe stata la sua ultima fermata. Dopodiché riprese il giro dei controlli.

23 luglio 2011
by Pamela Persichini
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Nazim Hikmet – Amo in Te

Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l’impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.

amo in te l’impossibile
ma non la disperazione.

 

19 luglio 2011
by Pamela Persichini
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Nazim Hikmet – Che sta facendo adesso?

Che sta facendo adesso
adesso, in questo momento?
È a casa? Per la strada?
Al lavoro? In piedi? Sdraiata?
Forse sta alzando il braccio?
Amor mio
come appare in quel movimento
il polso bianco e rotondo!
Che sta facendo adesso
adesso, in questo momento?
Un gattino sulle ginocchia
lei lo accarezza.
O forse sta camminando
ecco il piede che avanza.
Oh i tuoi piedi che mi son cari
che mi camminano sull’anima
che illuminano i miei giorni bui!
A che pensa?
A me? o forse… chi sa
ai fagioli che non si cuociono.
O forse si domanda
perché tanti sono infelici
sulla terra.
Che sta facendo adesso
Adesso, in questo momento?

19 luglio 2011
by Pamela Persichini
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Nazim Hikmet – Angina pectoris

Se qui c’è la metà del mio cuore, dottore,
l’altra metà sta in Cina
nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.
E poi ogni mattina, dottore,
ogni mattina all’alba
il mio cuore lo fucilano in Grecia.
E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno
quando gli ultimi passi si allontanano
dall’infermeria
il mio cuore se ne va, dottore,
se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.
E poi sono dieci anni, dottore,
che non ho niente in mano da offrire al mio popolo
niente altro che una mela
una mela rossa, il mio cuore.
E’ per tutto questo, dottore,
e non per l’arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,
che ho quest’angina pectoris.
Guardo la notte attraverso le sbarre
e malgrado tutti questi muri
che mi pesano sul petto
il mio cuore batte con la stella più lontana.

12 luglio 2011
by Pamela Persichini
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What do you love?

Continuano ad approdare novità nella rete in questa calda estate. Novità da Google, ovviamente.
Dopo il ricercatissimo  Social Network Google+ (che ad oggi ha raggiunto i 20 milioni di account attivi),  è sbarcato nel web wdyl.com:  un contenitore di servizi a disposizione degli utenti.
Provate subito ad accedere al portale wdyl.com . A prima vista sembra un vero e proprio motore di ricerca, se non fosse per la semplice domanda che Google ci pone:  Che cosa ami?  Bella domanda, direi. E il cuoricino nel bottone di invio ci invita quasi a rispondere con qualcosa che veramente amiamo!
Rispondo “caffè”, ovviamente, e mi accorgo che What do you love permette di integrare la nostra “risposta” direttamente con tutti gli strumenti di Google più o meno noti, proiettandoci in una navigazione modulare che contestualizza la nostra ricerca con i servizi offerti da Google.
Ma quali sono questi servizi?
Praticamente tutti quelli che Google ci ha fatto conoscere in questi anni. Un elenco completo è facile da scrivere: maps, youtube, SketchUp,  Blog Search, Calendar, Patent Search, Book, Chrome, Earth, Gmail, Trends, Moderator,  News, Groups, Voice (non ancora attivo in Italia) Alerts, Voice Search e Images Search.
A parte gli ultimi due, che sono stati introdotti da poco e che consiglio di provare, la maggior parte degli utenti web conoscono e utilizzano da tempo questi servizi.

Niente di nuovo sotto al sole?

No, qualcosa di nuovo c’è:  un nuovo passo avanti verso la personalizzazione dei risultati delle ricerche web. Un modo per avvicinarsi agli utenti e  fornire loro informazioni utili, piuttosto che risultati imposti da strategie SEO.  Ma è anche una sfida rivolta a chi si occupa proprio di SEO, a decifrare le necessità degli utenti finali, così come ipotizzava nel suo blog Emanuele Tolomei: “Ma se per una volta ci mettessimo davvero dalla parte dell’utente e non più da quella del motore di ricerca?“. WDYW, in parte,  sembra rispondere a questa domanda!

É auspicabile un’integrazione di WDYW con la ricerca di Google così come avviene già per le immagini e i video e non è da escludere un abbinamento anche con il nostro profilo di Google +.

What do you love non sarà il motore di ricerca del futuro ma di sicuro è un nuovo modo di interpretare le informazioni che ci arrivano dal web, con la possibilità di far emergere quelle potenzialmente più utili a noi.



11 luglio 2011
by Pamela Persichini
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Non cedere alle ombre che t’ingannano

“Non cedere alle ombre che t’ingannano” questa la tua ultima invocazione, prima di svanire e diventare un’ombra anche tu.

Ti distinguerò dalle altre?

Quando camminerò nelle affollate strade che mi conducono a te, ti distinguerò dalle altre ombre? L’unica guida che mi hai concesso è il tuo pensiero che arriva di tanto in tanto, con una voce anonima o con inchiostro travestito.

Ma è sufficiente per orientarmi, non posso chiedere di più.

In questo mondo ci sono due persone che (tra quante altre?) tra miliardi di altre, si sono riconosciute, si sono appena sfiorate e poi sono svanite in una nebbia messa lì sicuramente da qualche dio dispettoso. Non è bastata la fortuna di nascere nella stessa epoca. Ecco co’è che sento. Sento di appartenere alla tua epoca e alla tua terra, ma non basta.

Non è la distanza a separarci, perché questo mondo è troppo piccolo per dividerci, è l’essere incatenati in un ruolo che la nostra era ci ha assegnato a separarci.

Dovremo vivere per compiere il nostro destino e poi potremo riunirci. Perché tu l’hai detto che non possiamo lottare per un amore piccolo ed egoista.

Lo sento che tornerà il giorno in cui ti riconoscerò tra le migliaia di ombre che mi camminano davanti. Quel giorno ti inchioderò a me e al tuo futuro insieme a me.

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